I flashback di Saw, la critica, l'universo e tutto quanto Commenti a questo post di Alphaville, modalità di lettura basso-alto
Commenti
Oppure apri il dibattito sul forum, potrebbe essere un modo per farlo crescere, chissà ^^
Intanto questa la copio-incollo in Per i posteri, vediamo che succede...
Gokachu
17:29, 05 febbraio, 2005
gran bella rece, anche se il film non l'ho visto. dopo tutte le tue osservazioni sarebbe interessante proporre la tua alternativa al film, quindi.
cmq quei ragazzini di cui parli all'inizio sono ovunque. purtroppo.
sand
15:56, 05 febbraio, 2005
Beh dicevo post-postmodernista perchè mi avevi parlato dell'effimero, di cinema contemporaneo, di critica miltante (o di militante definizione), dell'ora e del qui, e poichè il post-moderno ormai è quasi parte della storia e ciò di cui ci si occupa adesso è ancora di più il segno piuttosto che il senso e il conseguente rimescolamento centrifugo di questi segni (si fa anche cinema così) ho pensato che questa definizione potesse starci. Ha anche il suo fascino, in fondo.
Sulla critica mi sono già espresso, e a parte alcuni punti già spiegati, ci troviamo sostanzialmente sulle stesse idee, seppure diverse pratiche. Almeno sui blog, perchè come io scrivo anche di film usciti di recente e non pubblico, è possibile che anche tu faccia la stessa cosa, ma inversa.
La prossima cosa che metto comunque ti faccio un fischio e magari coinvolgiamo un pò di persone in più, visto che tanto sul forum non passa mai nessuno...
A presto
Mat
AnselmeCorini
13:19, 05 febbraio, 2005
Be' direi che la discussione è agli sgoccioli, solo una puntualizzazione: la mia, se vuoi, non è una definizione della critica militante, ma una definizione militante della critica; un critico, qualsiasi cosa faccia, è attore della storia, sia se contribuisce scientemente a creare un "nuovo cinema" sia se invece si oppone al cambiamento, e anche se, distaccato, guarda il vano affaccendarsi degli uomini con gli occhi di dio; nel momento in cui parla come critico, agisce e partecipa a questo umano divenire. E fa cinema.
In quanto all'essere un post-postmodernista, appena scopro di che si tratta ti faccio sapere ^^
Gokachu
00:37, 05 febbraio, 2005
:)
Eh si, abbastanza tosta.
Mi piace questo scontro di due posizioni diverse che cercano di ottenere lo stesso risultato.
AnselmeCorini
15:24, 04 febbraio, 2005
porca puttana, una delle discussioni più belle degli ultimi anni.
goljadkin
14:31, 04 febbraio, 2005
Oh, non ti dispiacere davvero. Non serve. Si discute un pò di quello che si vuole, in fondo. Se concetti espressi da un altro non attivano considerazioni e poi discussioni (così per me, come per te e per tutti) vuol dire che sono passati e al massimo condivisi, oppure semplicemente non interessano.
Per quanto riguarda le definizione di critico che fa cinema mi trovi perfettamente d'accordo. In fondo sono le stesse identiche posizioni di Godard ("Scrivere era già fare cinema") e Rohmer ("Credo che tutti noi dei Cahiers abbiamo cominciato molto presto, se non a girare, perché non ne avevamo i mezzi, almeno a voler fare del cinema. Facevamo una critica interessata") ma anche di Truffaut (più volte nelle sue interviste si può leggere).
Certo, cose vecchie e risapute da 50 anni, però è sempre bello sentirle ripetere. Inoltre io ci credo fermamente e anzi ti posso dire anche di più: esistono due grandi atteggiamenti nel modo di avvicinarsi alle opere filmiche. C’è chi le analizza privilegiando il momento della percezione “frontalizzata” e immediata, che si permette di toccare anche aspetti che non hanno attinenza con il film e la disciplina del cinema, e c’è, invece, chi si situa (o cerca di situarsi) nell’ottica del regista, interrogandosi sui modi di fare cinema, approvando, rifiutando o addirittura (e perché no?) suggerendo soluzioni linguistiche ed espressive. Non a caso è proprio Burch, in Prassi del cinema, ad affermare che il suo libro è scritto innanzi tutto da un cineasta, un tecnico del film, per implicare che la conoscenza di un linguaggio, e quindi la possibilità di discuterne, nasce con la pratica o con la conoscenza delle tecniche che adopera. Sono fermamente convinto, non fosse altro per diretta esperienza, che il percorso naturale che porta una persona ad interessarsi al cinema e poi a cercare di comprenderlo, fino a proporre teorie e argomentazioni di rilievo, debba considerare con attenzione le parole espresse da Burch e innanzi tutto ritagliarsi uno spazio per un proprio metodo. Poi esistono diversi, se non infiniti, modi di approcciarsi all’analisi cinematografica e più in generale ad un film. C’è chi dice che esiste un metodo di analisi per ogni film e che “le concezioni che noi mettiamo in luce sono coerentemente sviluppate solo nei film in cui noi le segnaliamo”. E in fondo è vero.
Ovviamente non sono d'accordo sulla tua definizione generalizzata di critica. Di fatti quella di cui parli tu è la "critica militante" (perché così è definita), e non di tutta la Critica. E chi fa critica non per forza è costretto a porsi “all'interno del dibattito cinematografico attuale”, può anche decidere di rivolgersi indietro ad un altro tempo. Che poi questo tipo di critica non si riesca sempre a trovare in giro su internet o nelle riviste specializzate (duellanti, filmcritica, cineforum, segno cinema ecc ecc) non vuol dire che non esista. Anzi basterebbe andare in libreria e vedere quanto questa sia presente (all’estero ancora di più che in Italia)…Quindi un critico è un critico indipendentemente dalla materia cinematografica che decide di analizzare. D’altronde uno storico è chi studia la storia, non chi fa critica di un periodo diverso da quello contemporaneo seppure il tuo punto di vista sembra quasi privilegiare la militanza, come se questa fosse l’unico soggetto possibile di analisi, anzi no, di critica. (Oddio non è che sarai un post-postmodernista?).
Poi come dici tu la morale è viva anche al giorno d’oggi e “lo sguardo critico è impensabile se non da una posizione il più possibile diversa e lontana dalla passività di chi si lascia imporre un punto di vista moralmente inaccettabile” anche se ognuno di noi ha una sua morale definita in base alle proprie idee e alle proprie esperienze (cinematografiche e non).
Poi, comunque, è vero. Esistono critici che fanno i critici, e lo fanno bene, eppure non sanno nulla di cinema, non hanno visto un film di Hathaway, di Walsh, non sanno chi sia Boetticher o Mann o Tourneur e si disinteressano liberamente di ogni film prima degli anni 80 o 90.
Che ti devo dire? Ognuno fa come preferisce e come crede più giusto.
Eppure resto sempre convinto che la ghettizzazione del cinema, e quindi parlo anche della sua pratica ghettizzata, sia uno delle caratteristiche principali di questo periodo. E quindi è anche ovvio pensare che da un cinema ghettizzato, che si accoppia con se stesso, può nascere solo una critica ghettizzata, e solo questa può essere tranquillamente accettata.
AnselmeCorini
13:23, 04 febbraio, 2005
Mi dispiace di aver disatteso le tue aspettative non discutendo di ciò che più ti interessava, se mi riproponi esplicitamente i temi vedrò se ho qualcosa da dire.
Sul ruolo del critico, ho ques'opinione: fare critica è fare cinema. Chi fa critica si pone all'interno del dibattito cinematografico attuale, privo, è vero, della possibilità di rendere concrete le sue idee girando un film (cosa che non è detto che gli interessi, fra l'altro), ma sviluppando insieme agli altri elementi della scena cinematografica un'idea di cinema, trasformando quella attuale e andando verso nuove avventure (o opponendosi a questa trasformazione). Non necessariamente ha una posizione rigida, esplicita, militante; tuttavia, nel semplice proprio atteggiamento verso i film, condanna ciò che considera cinema che va nella direzione sbagliata e approva ciò che considera cinema che va nella direzione giusta.
Insomma, il critico è un attore della storia, non uno storico. E come non si pretende che i politici siano laureati in storia, o che la conoscano in profondità, perché sono altre le qualità a loro richieste, così il critico non deve necessariamente uno storico del cinema, o conoscere la storia del cinema in profondità; sono altre le doti a lui richieste.
Gokachu
01:58, 04 febbraio, 2005
Non solo intendevamo montagne russe come due cose diverse, ma è proprio tutto il significato di molti altri termini da te prima proposti e poi da me riutilizzati ad essere stato frainteso.
Mi riferisco in particolare alla questione dell’effimero… Da te proposto anche come elemento percettivo psicologico dell’opera nel suo farsi, quando invece sarebbe più interessante parlarne stilisticamente. D’altronde l’effimero nel cinema è sempre esistito non è certo una questione contemporanea e non è nemmeno vero che poi i film di oggi non abbiano una durata nel tempo. Anzi, hanno più durata i film come Saw che quelli di Keaton.
Poi va beh non c’è stata molto discussione sulle cose che io ho proposto se non appunto una puntualizzazione sulla definizione di critico e sulla sua conoscenza. Sai, in fondo, il problema è semplice: non è tanto il problema di cosa qualcuno possa aver visto, è solo che una persona che ha visto di più dimostra intenzioni diverse da persone che si fermano al qui e all’ora e alle sole produzione contemporanee e poi magari tentano di fare i “critici” (alcuni poi ci riescono anche benissimo). Io non mi riferisco a nessuno, ne tanto meno a te (nel caso sembrasse che ti stia mettendo sotto) ma mi pare evidente che una persona che decida di dedicarsi ad una materia, questa materia la vuole conoscere (poi la specializzazione verrà dopo, e difatti “l’evoluzione avviene sempre per sottrazione”). E’ quindi ovvio che fermarsi ad uno stadio prematuro possa anche rallentare altre cose. E ti ripeto non serve a nulla fare sentire il peso della Storia e del passato su un film di oggi, ma vedere il cinema (tutto il cinema) stabilisce prima ancora che un’estetica, proprio una moralità… Pii ognuno fa il cazzo che gli pare e decida di arrivare dove vuole o può arrivare. Io ho il mio percorso, altri il loro, come tu il tuo.
Poi che io sia convinto che la conoscenza di una materia sia necessaria per poterne parlare è un’altra cosa…
AnselmeCorini
19:48, 03 febbraio, 2005
Posso ampliare un poco il discorso;innanzitutto capisco che muovendo da posizioni molto radicali tendi a radicalizzare la posizione di chi ti si contrappone, ma il mio discorso non significava che c'è solo il qui e l'ora, ma che ci sono anche il qui e l'ora, e che non c'è niente di male a praticarli. Mi posso chiedere (per esempio) quale sarà l'esperienza di chi vede Elephant e non ha visto Satantango: sarà un'esperienza diversa dalla mia, ma non credo che sia un'esperienza necessariamente più superficiale. E se qualcuno scrive di Elephant senza aver visto Satantango, non lo guardo dall'alto di una consapevolezza superiore, non lo definirei un "critico idiota"; Elephant è stato fatto (anche)pepr chi non ha visto i film precedenti. ogni film è esperienza in sé, e se presuppone qualcosa (per esempio in termini di linguaggio) si dà per scontato che si tratti di linguaggio comune, parlato, che non necessita della visione delle opere di chi ha inventato lo stilema.
In teatro esistono SOLO il qui e l'ora: nessuno di noi vedrà mai la Duncan all'opera; se esistessero dei documenti, sarebbero altro dalla Duncan all'opera. L'architettura invece vive il qui e l'ora in modo più sofferto: inevitabile ilc onfronto con i periodi precedenti, specie in un con-*test*-('")o urbano dove tutti convivono; l'architettura può essere qui ed ora solo nell città artificiali come Celebration
Il cinema è a metà. I film vengono fatti (ancora) per essere visti al cinema, da spettatori non necessariamente consapevoli di tutta l'opera cinematografica precedente, se non inconsciamente, e per essere visti nel periodo successivo all'uscita, un periodo non troppo lungo. Vivono anche in spazi non effimeri, come i cineclub, le cineteche, fuori oriario, la programmazione di Rete 4 e soprattutto VHS e DVD; probabilmente in molti che non erano ancora nati alla loro uscita hanno nonostante ciò visto Casablanca, o Sentieri Selvaggi, o 2001. Ma l'elemento effimero nel cinema c'è, e non mi è disprezzabile, come non lo è nel teatro. Forse lo spostamento verso l'home video della fruizione cinematografica attenuera l'elemento effimero, si faranno opere con l'intenzione che "durino", che siano long sellers; non è detto che sia un bene.
Sulle montagne russe, forse abbiamo un'esperienza diversa della cosa. Per me le montagne russe sono una delle esperienze più violente che abbia fatto in vita mia. Ci son salito una volta sola, a Chicago. Si sale pian piano, si monta lentamente, e improvisamente si para davanti a noi il baratro, il pozzo senza fondo, l'abisso, il nostro abisso e in tale abisso precipitiamo senza scampo, addirittura trascinati dal vagone a una accelerazione più alta di quella di caduta libera. Il mondo perde la sua banalità e siamo costretti ad interrogarci, a riguardarci, siamo come espulsi dal nostro corpo e costretti a guardarci dall'esterno. Non c'è niente di superficiale in tutto ciò, casomai c'è qualcosa di meccanico che induce però, meccanicamente, profondità. Se invece per montagne russe intendevi le giostre, o l'otto volante, allora parlavamo di cose diverse.
Gokachu
17:54, 03 febbraio, 2005
Bello si, il suono tagliente e sprezzante di certe parole. Concordo proprio con te, ma ti assicuro (e rilancio) che è stato fatto di ben peggio e anche molto meglio di così…
Si parla di prime visioni allora… si, il cinema è effimero come il teatro come la letteratura, la musica, la poesia, l’arte. In un mondo dove anche l’architettura è diventata pura esperienza visiva e nemmeno più abitativa, dove è la mente e l’impossibile, il non-realizzabile, a dominare buona parte della scena, ormai completamente interdisciplinare e mischiata ad altre forme comunicative, tutto può essere definito effimero. E l’effimero, come il suo opposto, sono ciclicità umane, storiografiche, che in tempi e momenti diversi, con-*test*-('")i socioculturali lontani, si ripresentano.
Nulla di nuovo in fondo, e forse al cinema è nuovamente tornato di moda “ciò che è fatuo e di breve durata”, chi lo sa? Ma parrebbe davvero di si.
Il tuo discorso d’altronde sembrerebbe volerlo sottointendere: un cinema fatto per noi, che parla di noi, che solo noi, ora!, possiamo comprendere appieno non deve confrontarsi con il tempo che è stato e soprattutto non deve ricordarlo, né venerarlo o provarlo a capire. È lontano e criptico, incomprensibile e anacronistico (d’altronde di un’altra era si parla) impossibile di conseguenza da studiare appieno e farlo nostro.
Registi, sceneggiatori, produttori e poi spettatori e poi critici, non dovrebbero nemmeno confrontarcisi. Releghiamo tutto in rigide categorie storiche e arrocchiamoci nel nostro tempo, “accopiamoci con noi stessi”, è troppo difficile capire il tempo che è stato. Ma sarà vero?
Quello di cui parli, però specifichiamolo, è sociologia del film, psicologia della visione, icon-*test*-('")o della fruizione (discorso molto interessante e largamente studiato e indagato per altro) e in fondo anche del linguaggio (ma solo lateralmente) che, si sa, cambia e si trasforma con l’utilizzo. Come non parliamo e non scriviamo più come Manzoni (ma per stare un po’ più sul moderno citiamo pure Pavese) così non facciamo film come Griffith, o Ford, o Tourneur, o Truffaut, o Godard, o Cimino anzi sembra quasi che l’evoluzione storiche sia spezzata e non contigua…
Vivere dell’ora e dell’adesso è proprio quello che fa male alla visione, nessuno parla di classicismo e nessuno tanto meno pretende che i film vengano fatti come venivano realizzati e costruiti 50 anni fa.
Seppure tranquillamente si potrebbe anche auspicare… Le forme di rappresentazione e di narrazione cambiano e non è detto che perché contemporanee possano e debbano piacere a tutti costi. Mi sembra un discorso molto limitante… Come limitante trovo il fascino della vertigine effimera, dell’inutile e dello scardinato, solo perché contemporaneo e pienamente nostro. D’altronde la vicinanza non è per forza sinonimo di comprensione… Anzi direi che questa limitazione storico culturale, ma fortemente psicologicizzata, sia una scusa, un’ammissione di una sconfitta, quasi.
Capisco che nella distruzione iconoclasta, nel rimescolamento senza regole e freni di “stilemi”, forme di comunicazione, nell’esplosione del significato a favore del segno opaco e “superficiale” ci sia una forma di fascinazione non indifferente, ma questo non mi impedisce di giudicare un film, un regista, e una cultura che è stata e ad esempio mettere in relazione opere diverse, di differenti momenti, anche in una prospettiva storicizzata. Non penso nemmeno più che la Storia, in senso restrittivo, sia importante, ma sono estremamente convinto che ogni film sia accessibile e smontabile, fruibile e comprensibile. Esistono migliaia di chiavi di accesso e la sociologia è solo una di queste, non l’unica. Non lo dimostra soltanto questo blog, lo dimostra il mondo stesso con le sue proposte, la letteratura del settore, la critica più attenta e spassionata e pure un certo tipo di cinefilia.
E non importa se non sapremo rivivere psicologicamente lo shock di un primo piano, la paura di un treno che si avvicina progressivamente alla macchina da presa, anzi no allo schermo, e l’emozioni di un montaggio alternato o analogico,,, abbiamo altre cose, altre modalità e proprio staccate dal tempo e dal con-*test*-('")o (ma ovviamente non può sempre essere così)… ma è impossibile pensare che, perché soverchiati da modelli diversi, ossessivi e insistenti, non siamo più capaci di vivere un cinema passato. Magari per te è così, magari è così per molti, ma per altrettanti molti è proprio l’opposto. Il tuo discorso, così come è messo e forse potresti gentilmente anche ampliarlo, sembra voler quasi annullare l’importanza filogenetica e ontogenetica (non ontologica eh…) del cinema e dei suoi film, sembra voler privare la ricorrenza dei temi, dei modelli di ispirazione e rappresentazione che si offrono ancora, magari sempre più raramente e sempre più verso il perimetro, al cinema di facile (prima)visione. Riconosce al passato grande importanza, ma lo relega in una posizione lontana, non più nostra. Come dire che negli anni 50 e 60 mettere in relazione l’espressionismo astratto con il surrealismo, l’impressionismo e il cubismo, sia stata un’operazione sbagliata e falsata, per fare un esempio facile con l’Arte. Non credo che sia così. Un giudizio di un film o di un cinema avulso dal suo passato, quindi dal suo processo evolutivo, è un giudizio mutilato, di impatto, sentimentale… che tralascia troppe cose. Non dico con questo che un film debba essere sottoposto al vaglio comparativo, non dico nemmeno che il passato debba entrare violentemente e con citazioni continue nella critica di un film d’oggi, dico solo che, considerando che il cinema è molto cambiato ma ha un storia abbastanza breve, è ancora una cosa sola e che dividerla in categorie è solo una sorta difesa.
A pensarci comunque non esistono più nemmeno i dinosauri, eppure se ne parla sempre tanto e pure con molta cognizione. Chiudi gli occhi ma il mondo non sparisce.
Ne parliamo di più se vuoi…
AnselmeCorini
05:15, 03 febbraio, 2005
Bello e dal suono sprezzante "cinefili da prima visione", ma sarà perché cinefilo ha un suono sprezzante in sé se ci si mette un "da" dopo, anche se poi ci fosse "cineteca".
Secondo me non c'è niente di male a guardare "solo" la produzione contemporanea: il cinema è un po' come il teatro, vive anche d'effimero. Il cinema di oggi è fatto per noi, parla di noi, il cinema di ieri era fatto per le genti di ieri, parla di loro, e noi non possiamo che fraintenderlo, perché non siamo quel pubblico, per quanto possiamo tentare di con-*test*-('")ualizzarci. Guardando il montaggio incrociato di un film di Griffith non rivivremo mai lo spaesamento dello spettatore del tempo; magari qualche critico avrà pro-*test*-('")ato che in questo uso del montaggio c'era un trucco e un tradimento del tacito patto spettatore-film, chissà*. Quando si è classici, si è postumi; ma i classici all'epoca loro - tranne eccezioni - non lo erano.
Infine, nel fare un film che "è come una montagna russa" non vedo niente di male; Saw ci riesce poco, ma in altri casi può riuscire. E poi l'idea della montagna russa si prorta dietro anche tutta l'idea della vertigine e del film vertiginoso, che a me è assai cara. Magari si vedessero spesso film che scombussolano sinceramente come una montagna russa.
*Lungi da me paragonare Wan a Griffith, sia ben chiaro
Gokachu
03:40, 03 febbraio, 2005
Ma si, i miei termini spesso sono estremisti, ma davvero anche io amo molto l'esperienza cinematografica di un film brutto, basta che sia film visto al cinema.
Trovandomi difronte all'occasione di recensire un film e pubblicarlo su un blog mi sono divertito a farlo partendo da alcuni pregiudizi storici. Ma non odio lo spettatore sprovveduto (almeno che non voglia impormi a tutti i costi il suo punto di vista) al massimo sono dispiaciuto per le recenti (ultimi 20 anni) traversie della cultura cinematografica e della sua produzione. D'altronde io sono "specializzato" su autori del passato (alcuni dei quali sono 'presenti' nel mio blog) e quindi soffro molto gli ultimi sviluppi del cinema.
Per quanto riguarda lo "spettatore idiota" la mia era solo una citazione di un critico polacco che parlava di Matrix e non di più, mentre il mio paragone tra i sanbabilini e Saw era solo per spiegare quanto il film sia sboccato e al limite volgarizzato.
Il 'problema' del cinema è che è molto più facile costrursi una cultura sui blockbuster e i soli film che si vedono alle prime visioni, senza sforzarsi di vedere altro o di leggere relegando tutto un certo cinema nel dimenticatoio, che il cinema stesso (o meglio la sua cultura) è diventato quasi una questione moderna... Questo limita i giudizi e il gusto e al pari di me, però dalla barricata opposta, ci sono persone che sputano sui film e i registi cosìdetti pallosi...
Poi le eccezioni ci sono, perchè invero ci sono film realizzati da cineasti colti che hanno molto mordente sui cinefili da prima visione e riescono a mettere d'accordo tutti...
AnselmeCorini
18:59, 02 febbraio, 2005
caro Mattia, sono d'accordo con te: se il cinefilo non ha memoria storica allora forse è davvero uno sprovveduto. Adesso che ho letto con più attenzione il tuo post, posso dirti di essere totalmente in sintonia con te quando dici che il cinema di oggi si accoppia con se stesso.
Ti dirò di più: il tuo post non fa una piega e, pur non essendo molto d'accordo con te sulla questione del flashback (lo scavalcamento dei punti di vista non ha mai fatto male a nessuno), credo di poter convergere con l'idea che vede Saw un'opera dalle mille potenzialità iniziali sviluppata male.
Ma quando parli di spettatori idioti, confesso di non capire né di condividere la reiterata presa di posizione gratuita e sconveniente nei confronti degli estimatori di un certo cinema che tu definisci "traditore", come se - dall'altra parte - tutto il cinema di qualità si alimentasse della stessa platea colta e raffinata che non annovera gli sprovveduti, i ragazzini e i cinefili dalla scarsa conoscenza storica.
quello che non hai colto, o che forse non hai trasmesso, è che vi sia la possibilità concreta che ad un amante di Kieslowski, Bresson, Rohmer, Lynch e Bunuel possa piacere James Wan. E viceversa.
Adesso sono in ufficio e non posso ahimé proseguire nella discussione, perciò ti saluto (e ti linko).
goljadkin
16:52, 02 febbraio, 2005
Oh che bellezza, finalmente si discute un po’…
Allora vi rispondo separatamente, visto che i problemi che avete sollevato sono diversi…
Gokachu:
il flashback in Saw ha una funzione precisa nel linguaggio cinematografico e serve di solito a svelare eventi avvenuti nel passato che non abbiamo avuto modo di vivere nel presente dell’azione… Il flashback può strutturarsi in maniera completamente diversa di caso in caso e film in film. E su questo non c’è nessun dubbio, ed esempi ce ne sono moltissimi (vedi: Quarto Potere, Hiroshima mon amour, Monsieur Verdoux, per fare qualche esempio). Io non mi sono allontanato, nella mia ‘critica’, dal modo in cui il flashback si struttura in Saw. Perché non possiamo dimenticarci che stiamo parlando di questo film (e almeno io ho parlato di questo film). E seppure sembrasse che io dessi una definizione assoluta di flashback, questa era unicamente da riferirsi al film preso in considerazione. D’altronde quando un flashback nasce, nasce da certe premesse e queste si trovano soltanto nella narrazione del film e nelle sue immagini e quindi da qui va giudicato. Saw, quindi, offre un’unita spaziotemporale precisa e questa unità non è solo restituita per immagina ma anche narrativamente. Quando ad un certo punto questa unità, che a mio parere risulta la cosa più forte e interessante di Saw, viene tradita, perché qui si tratta di tradimento bello e buono e non solo di sviluppo successivo di una trama giocata sull’effetto a tutti i costi, il film cede. Non solo linguisticamente, ovvero sviluppando un flashback che è racconto personale prima, e trasformato in sequenze puramente informative poi, ma anche moralmente, ovvero tradendo quel patto tra spettatore (ma se non va bene, allora mettiamo “critico”) e film che tu rifiuti possibile, ma che c’è. C’è perché è insito nella stessa percezione e fruizione dell’opera (ancora di più se cinematografica).
Guardando Saw, io mi sono sentito tradito e preso per i fondelli e automaticamente quel senso critico, che è necessario sopprimere nella visione di questi format film per poter godere appieno l’evento cinematografico (sala buia, amici e simpatia), si è svegliato e non ho accettato di essere offeso da una costruzione filmica completamente slegata dai tracciati che il film si era autoimposto (e positivamente) unicamente finalizzata alla baracconata.
A me, come vedi, l’onestà dell’operazione interessa molto perché la considero la base necessaria non solo di un patto tacito, ma anche, e soprattutto, di un processo “artistico”. Quando un regista, o uno sceneggiatore, pretende di trattarmi da stupido automaticamente tiro su le mie difese…
Goljadkin:
La cosa che mi chiedi è semplice da spiegare:
Ognuno di noi ha dentro un mondo informe di significati, miti, misteri che, per non possiamo conoscere costantemente e poi temi ricorrenti e ricorsivi, attraversati, toccati e manipolati... Questo mondo si proietta all'esterno, perché viviamo in un costrutto sociale e perché questo mondo (e noi lo sappiamo e noi Non lo sappiamo) è alla costante ricerca di significanti, di segni che rappresentino questi sensi e questi significati…
Poiché il cinema lavora e si articola similarmente a come si strutturano visivamente i sogni e considerando appunto i sogni come un mondo significante delle pulsioni interne di cui sopra, allora ecco che il cinema, inspiegabilmente, più della letteratura, proprio perché usa le immagini (come i sogni) apre mondi e ossessioni che non possiamo altrimenti spiegarci se non dicendo che il cinema, quello che ci piace e che amiamo alla follia (non analiticamente, ma visceralmente) è un cinema di significanti (chiamateli rappresentanti) del nostro mondo interiore.
Questo mondo interiore è potente, potentissimo, ma è anche un mondo che possiamo costruirci con la visione, la lettura e il confronto. Noi, quindi, siamo, ma siamo anche quello che decidiamo di voler essere. In buona sostanza su quello che siamo ci costruiamo la cultura e per questa cultura facciamo delle scelte e queste scelte portano anche a prese di posizione, e a volte estreme. Quindi oltre il gusto (il de gustibus) c’è anche un sistema oggettivato che è costruito di pregiudizi (e senza i pregiudizi non esistono i giudizi, è vero) più o meno oggettivati o che comunque uno si costruisce da solo. Io credo che dal momento che si conosce il cinema (la sua storia, la sua tecnica, ma anche i suoi film) alcuni percorsi si blocchino automaticamente. Uno può sempre dividere le cose e appunto, come dicevo per Gokachu, amare il cinema come evento e come disciplina, come divertimento o come materia di studio e analisi. Dal momento che si inizia a percorre una strada certi film che prima potevano piacere diventano insopportabili e inguardabili. Saw può divertire, si può anche evitare di farci una critica sopra, soprattutto perché questo non è nemmeno uno di quei film che ti cambiano la vita, ma dal momento che c’è un mondo alle nostre spalle che preme e che è sempre lì, e con il quale ci siamo costruiti un gusto e una conoscenza diversi, i confronti e i paralleli sono inevitabili.
Dico tutto questo senza nessuna arroganza, ed è anche per questo che io mi riferisco spesso ai “cinefili sprovveduti”… amare il cinema è facile, averci una relazione più difficile, e poi, diciamolo (perché è così), il cinefilo ha poca conoscenza della tradizione storica. Quando si ama o piace un film come Saw lo si fa unicamente come si potrebbe amare andare sulle montagne russe.
Mattia
utente anonimo
14:11, 02 febbraio, 2005
sono d'accordo in buona sostanza con Gokachu, e non mi aspettavo una risposta così perentoria da parte di mattia, risposta che comunque lascia qualche spiraglio per spunti di riflessione a venire.
quello che non capisco, davvero, è questo insistere sulla "categoria di persone": adesso hai tirato in ballo - con una certa presunzione di non appartenenza - i "cinefili sprovveduti", allora ti chiedo di esemplificare con maggiore precisione - se puoi - il tuo discorso perché vorrei capire per quale oscuro motivo dovrei appartenere, da persona che non trova così spiacevole un film come Saw, a ristrette e predeterminate fasce di pensiero.
goljadkin
10:48, 02 febbraio, 2005
Francamente non condivido questo anatema lanciato alla modalità di flashback usata in Saw. I flashback utilizzati non sono memorie dei protagonisti, non sono ipotetici racconti che si fanno l'un l'altro, non sono narrazioni fatte coi loro occhi e con le loro orecchie. E allora? Non c'è, non ci può essere nessun tacito patto fra spettatore e film; il film può liberamente muoversi in ogni direzione, anche barando, anche nascondendosi, purché funzioni. Nel caso di Saw la cosa non funziona più di tanto, alla fine; secondo me più per l'ansia di prestazione del colpo di scena a ripetizione che non per l'uso eterodosso dello stilema. Tuttavia non vedo perché si dovrebbe preliminarmente condannare un film possibile che faccia la stessa cosa e funzioni. Semplicemente perché manca l'onestà di una didascalia? Ma a me dell'onestà dell'operazione interessa ben poco: il film mi abbindoli come una capra, se ci riesce, e se lo fa fino in fondo, se coglie senza gloria e con l'astuzia il suo obbiettivo in me, sarò contento.
Gokachu
04:48, 02 febbraio, 2005
Si, il mio blog, è vero, è molto bello. D'altronde è la "concretizzazione" di tutti i miei studi e le frequentazioni cinematografiche. E quindi ci tengo abbastanza.
Grazie, comunque.
Per quanto riguarda i post, la lunghezza è solo un problema accessorio. E' vero che il popolo internettiano non riesce a superare le dieci ricìghe di lettura, come è vero che di cinema non è molto preparato, nè troppo interessato (se non a livello viscerale e superficiale) ma sono problemi che, seppure possa condividere e comprendere, non possono condizionarmi.
L'essenzialità è sacra anche per me, ma questo non vuol dire che io debba limitarmi a scrivere poche righe confondendo quindi l'essenzialità di cui parli con la lunghezza.Invero, questi sono parametri diversi.
Il pezzo su Saw presenta alcune ripetizioni, è vero, ma non gira in maniera diversa sulla stess idea e ripetutamente. Magari se un giorno lo leggerai tutto (e non è che sia poi una grande fatica, ti assicuro) potrai giudicarlo da te. Anche perchè è più che evidente che tu abbia soltanto letto il pezzo dedicato (con sarcasmo, è vero, ma che importa? e comunque non è astio) ai ragazzotti di San Babila (si limita ad nemmeno un quarto dell'intero pezzo e ha una sua "funzionalità critica" perchè di loro do una descrizione fattuale e non sociale e poi dico che il film assomiglia a loro. E comunque sono convinto davvero che un film del genere possa piacere solo a certe persone. Ragazzi di S. Babila, ma anche cinefili sprovveduti)... Tu lo chiami classismo e io lo accetto volentieri. Anzi ti dirò di più, sono classista, ma questo perchè mi piace davvero il cinema e perchè credo di potermelo 'permettere', e senza nessun tipo di arroganza, seppure può sembrare tale...
Problema secondario poi, e semmai anche cosa più interessante da discutere, è lo stile e l'eventuale prolissità. Ma anche qui, le cose escono come escono, e finchè veicolano idee e non si perdono in ripetizioni ossessive diventa solo un problema di forma (una "formalità"). E poi questo è anche la prima recensione che pubblico su Alphaville, e quindi esula anche gli intenti "analitici" del blog.
Mi sono divertito, tutto qua...
AnselmeCorini
03:38, 02 febbraio, 2005
i
l tuo blog è molto bello, ma troppo, scusami troppo troppo lungo il post. io odio i post lunghi. per me l'essenzialità è sacra.
perciò ho letto il tuo post un po' qui e un po' lì, cercando di capire qualcosa.
non mi è piaciuto l'inizio, questo classismo un po' didascalico della "categoria di persone particolare e unica" a cui piace il film. poi ho notato che l'astio nei confronti dei giovani di San Babila continua, e allora ti dico: nonostante tu abbia tutta la mia ammirazione per aver parlato di Sentieri Selvaggi e di Duellanti (cosa rara), credo che - mia opinione personale - non si possa parlare di un film guardando ai ragazzi dei cellulari che squillano.
non si può.
goljadkin
00:02, 02 febbraio, 2005
Beh entro stasera dovrei caricare gli ultimi aggiornamenti, ho rinnovato i link e sto anche reclutando qualcuno per scrivere. Oltretutto scriverò anche io molto di più. Mi sto specializzando sul cinema italiano di genere, quello degli anni '70.
Se ti va di scrivere qualcosa fammi sapere, magari sui registi perchè lo so che le recensioni ti escono un po' troppo lunghe.
utente anonimo
18:30, 01 febbraio, 2005
Ma di nulla...
Per Stilgar:
apperò!
Quindi gestisci tutto te? Ma in che senso? Che fai il webmaster oppure che recluti anche "critici" per mandare avanti il sito?
Immagino che starai scrivendo anche tu...no?
Comunque l'anima nera la leggo abbastanza regolarmente.
AnselmeCorini
14:56, 01 febbraio, 2005
grazie patino
utente anonimo
13:22, 31 gennaio, 2005
Poi l'ho visto il film e concordo pressappoco con quanto scritto da te. Ottima l'idea iniziale ma il montaggio e l' ambientazione che troppo spesso esce dalle mura della stanza, ne abbassa troppo il ritmo.
P.S. indovina un po' chi gestisce il sito del demone adesso...
Stilgar
utente anonimo
11:00, 31 gennaio, 2005
Ma certo che sono ancora vivo!Veleggio nella rete, qua e là, senza fermarmi troppo e poi sono stato rapito dalla vita e dall'ammmore.
AnselmeCorini
09:20, 30 gennaio, 2005
Purtroppo non l'ho ancora visto anche se non ho grandi aspettative.
P.S. ma allora sei ancora vivo, che fine hai fatto?
Stilgar
utente anonimo
03:01, 30 gennaio, 2005
finalmente!
però io non l'ho visto ancora, e quindi il tuo post non lo leggo... se lo vedo, passerò di qui di nuovo. ciao.
kekkoz
11:41, 28 gennaio, 2005
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